Il “carnevale” dei dolci di Carnevale delle Marche: ricette tipiche dell’entroterra

No, nel titolo non c’è un refuso, volevamo proprio scrivere “il carnevale dei dolci di Carnevale”. E sappiate subito che questa non è la solita raccolta di ricette, è un’indagine antropologica. Scherziamo, non chiudete la pagina.
La verità è che i dolci di Carnevale fanno parte di un’ecosistema folcloristico che ogni famiglia ha contribuito a rimodellare generazione dopo generazione. Risultato? Ogni dolce della nonna cambia nome da paese a paese e, talvolta, pure da nonna a nonna, creando un gran… carnevale, appunto.
Ma andiamo con ordine. Se avete intenzione di trascorre il Martedì Grasso a Sarnano preparatevi ad assaggiare una serie di golosità, rigorosamente fritte. Non fate quella faccia, avrete tutta la Quaresima per stare a dieta.

Gli scroccafusi

Quando si parla di Carnevale nell’entroterra marchigiano non si può che partire dagli scroccafusi, un dolce la cui preparazione è oggetto di numerose credenze e superstizioni. Secondo le nostre nonne, infatti, nessun estraneo doveva entrare in casa mentre si impastavano gli scroccafusi, pena la cattiva levitazione dei dolci e, in generale, una spruzzatina di malocchio su tutta la casa. Una faccenda da non prendere alla leggera, tanto da chiudere ogni finestra di casa durante la preparazione, così che i vicini non potessero spiare all’interno compromettendo l’opera. Insomma, se avete intenzione di preparali non aprite a nessuno per nessun motivo.

Perché si chiamano scroccafusi?

In alcune case gli scroccafusi vengono chiamati anche castagnole, tanto che nei libri di ricette potete trovarli anche sotto il nome di castagnole marchigiane. L’ipotesi più probabile per l’origine del nome è che sia una sorta di onomatopea, legata al fatto che questi dolcetti  “scrocchiano” sotto i denti.

Ma come si fanno gli scroccafusi?

Se lo chiedete agli anziani vi rispondono “e che ce vò cocchi? Basta l’ove, la farina, moccò de zucchero, l’olio, l’alchermesse e lu mistrà!” (cioè: “e che ci vuole? Bastano uova, farina, un po’ d’olio, alchermes e mistrà”). In realtà gli scroccafusi non sono proprio una ricetta da principianti, ma se volete cimentarvi in questa impresa seguite la ricetta proposta da I Love Marche.

Le frappe o sfrappe

Dopo la sfida degli scroccafusi passiamo a un dolce più semplice: le frappe o sfrappe, delle sfoglie di uova, zucchero e farina, fritte e condite con una miscela di miele e alchermes. Ora la curiosità delle sfrappe è che da queste parti alcuni le chiamano le “chiacchiere”, mentre altri chiamano “chiacchiere” gli arancini.  Vi avevamo avvisato che l’argomento era un gran carnevale di nomi.

L’origine delle frappe o sfrappe o chiacchiere… o come le chiamate

Secondo gli storici le origini delle sfrappe risale all’epoca romana, durante la quale si preparavano i cosiddetti “frictilia”, dolcetti a base di farina e uova fritti nel grasso di maiale. Nel corso dei secoli ogni regione ha sviluppato la sua variante ed è per questo che… regione che vai, chiacchiere che trovi.  In ogni caso, per preparare le sfrappe marchigiane potete seguire questa ricetta.

Gli arancini o limoncini o datteri… chiacchiere

No, non hanno granché in comune con quelli siciliani, a parte le dispute etimologiche (e il fatto che sono entrambe fritti). Tuttavia se in Sicilia si dibatte su una differenza di vocale (Arancino – Arancina) qui nelle Marche siamo più radicali sui cambiamenti di nomenclatura: arancini o limoncini a seconda della scorza usata per aromatizzarli, chiacchiere, datteri o, per concludere in bellezza, fichetteAd ogni modo sono tutti d’accordo sul fatto che siano uno sfizio che in questo periodo è d’obbligo togliersi. Si tratta di una sfoglia di pasta lievitata condita con zucchero e scorza di arancio o di limone arrotolata e fritta. Se volete cimentarvi nella preparazione ecco la ricetta proposta dal blog Cibo di Strada.

La cicerchiata

Tra i simboli del Carnevale marchigiano non si può non citare la cicerchiata, una sorta di torta formata da piccole palline di pasta dolce, naturalmente fritte, mescolate con miele bollente, mandorle tritate, nocciole o pinoli. A seconda della zona la cicerchiata assume una forma caratteristica, a cupola, a filoncino o a ciambella, ma stavolta sul nome siamo tutti d’accordo: deriva dal legume della cicerchia, di cui le palline ricordano la forma. Per prepararla potete seguire la ricetta di Betty Blu.

Oltre le ricette: i dolci e la cultura popolare

Potremmo continuare parlandovi di castagnole, ciambelline, bombe, zeppole, frittelle, ma lasciamo ai più golosi il piacere di curiosare per il web alla scoperta di queste delizie.
C’è però qualcosa che ci affascina al di là delle ricette. Ogni nome, ogni ingrediente segreto, ogni variante, ogni minuzia decorativa, ogni rito preparatorio, ogni leggenda. Ogni nonna davanti a un fornello. Ognuna di queste cose fa parte della nostra memoria, perché anche nella leggerezza di un dolce si nasconde l’anima di un territorio. Leggerezza non significa superficialità come Carnevale non significa solamente che “ogni scherzo vale”. Almeno non qui da noi, dove Carnevale significa ancora celebrare le tradizioni familiari e la memoria popolare, perché anche il cibo è memoria, se poi è anche delizioso tanto meglio.

Pin It on Pinterest

X