Fiori selvatici dei Monti Sibillini tra letteratura e mito

«Potter» disse Piton d’un tratto. «Che cosa ottengo se verso della radice di asfodelo in polvere dentro un infuso di artemisia?».

I fan più sfegatati di Harry Potter conoscono sicuramente la risposta. Gli altri staranno aggrottando le sopracciglia perplessi. E probabilmente tutti quanti vi starete chiedendo che cosa c’entra Harry Potter con il titolo di questo articolo.

C’entra perché a primavera sui prati dei Monti Sibillini è possibile ammirare ampie distese di asfodeli. Fiori alti a forma di spiga, dallo stelo e le foglie robuste che crescono sugli altipiani soleggiati dei nostri monti. Quando attraversate i Piani di Ragnolo non potete non notarli e fermarvi, incuriositi, a fotografarli.

 

Distesa di aasfodeli sui Montioli

Pubblicato da Luca Tambella – My Photo su sabato 26 maggio 2018

 

L’asfodelo è una pianta erbacea della famiglia delle liliacee capace di crescere e proliferare anche sui pascoli, perché le sue foglie sono in grado di rigenerarsi continuamente anche quando vengono mangiate dagli animali. E non solo: sono proprio gli animali a incentivare la riproduzione degli asfodeli, in particolare le capre che vanno ghiotte per i suoi frutti, ma poi li riespellono tali e quali, seminandoli in giro per la montagna.

Inoltre, gli anziani raccontano che i pastori raccoglievano i fiori secchi degli asfodeli per utilizzarli come combustibile per il fuoco e per farne delle torce per rischiare le lunghe notti in montagna.

Probabilmente, è proprio questa sua spiccata capacità di sopravvivere, rigenerarsi e, in un certo senso, di contrastare l’oscurità che ha consacrato l’asfodelo nelle letterature di tutti i tempi.

Per gli antichi greci, gli asfodeli crescevano nei prati dell’Aldilà, precisamente nel mezzo tra il Tartaro, il regno degli empi, e i Campi Elisi, il paradiso per i più meritevoli, creando una distesa fiorita destinata a quelli che in vita non erano stati né buoni né cattivi. Non a caso, molti popoli dell’antichità erano soliti piantare gli asfodeli sulle tombe dei morti.

A testimoniare le virtù degli asfodeli, c’è anche il saggio Epimenide, che secondo la leggenda, preparò un infuso con le loro radici e non dovette più mangiare né bere per 157 anni. Voi però non provateci, fidatevi sulla parola.

Nella tradizione cristiana, invece, l’asfodelo è detto anche bastone di San Giuseppe. Infatti, secondo un racconto dei vangeli apocrifi poi rappresentato in diversi quadri, quando i sacerdoti del tempio di trovarono a scegliere un marito per Maria chiesero un segno divino: l’uomo il cui bastone sarebbe fiorito sarebbe stato lo sposo della ragazza. Il miracolo avvenne, come tutti sappiamo, tra le mani di San Giuseppe che portava con sé proprio un bastone di asfodelo.

Ma le apparizioni dell’asfodelo in letteratura sono molteplici. Li cita Oscar Wilde nel ritratto di Dorian Gray facendo dire a Harry, il co-protagonista, di aver sepolto una vecchia fiamma amorosa in un letto di asfodeli. Il rapporto degli asfodeli con la morte e la rinascita ci viene ricordato anche da Virginia Woolf nell’Orlando, da D’Annunzio nel Piacere, da Pascoli nei Poemi di Ate e, in tempi più recenti, da J. K. Rowling in Harry Potter e la Pietra Filosofale, in cui gli asfodeli vengono utilizzati per preparare il potentissimo Distillato della Morte Vivente, che induce in chi lo beve uno stato di morte apparente.

Narciso dei Poeti all'alba (Narcissus poeticus)

Pubblicato da Davide Giacconi Photo su martedì 22 maggio 2018

Gli asfodeli, però, non sono i soli fiori dei Sibillini ad avere un noto alter ego letterario. A condividere con loro i prati dei Monti Azzurri, insieme a 37 specie di orchidee, alle fritillarie orsiniane, alle campanule, le genziane, gli astri alpini, gli anenomi e i gigli, ci sono tanti fiorellini bianchi, ognuno isolato dagli altri, che sembrano dire «ehi, guardatemi: sono il più bello di tutti!». Del resto, è la loro natura: sono narcisi.

Il narciso è una pianta della famiglia delle amaryllidaceae. Probabilmente, il suo nome deriva dal greco ναρκάω, narkào, «stordisco», e si deve al suo profumo inebriante. Il nome scientifico del narciso selvatico, però, è Narcissus Poeticus e fa riferimento proprio all’omonimo personaggio mitologico: Narciso.

Secondo l’antico mito, Narciso era figlio della ninfa Liriope e del dio fluviale Cefiso. Tanto bello, quanto crudele, era sempre pieno di pretendenti che respingeva fino a farli desistere. L’unico che non si rassegnò fu Aminia, il quale insistette al punto che Narciso gli diede una spada per uccidersi. Aminia obbedì al suo volere, ma prima di trafiggersi invocò la vendetta degli dei. Questa si compì quando Narciso, contemplando in uno specchio d’acqua la sua bellezza, si innamorò perdutamente del suo riflesso e, d’improvviso, si sentì sopraffatto dal pentimento. In preda al rimorso, si uccise con la stessa spada donata ad Aminia e, dalla terra bagnata dal suo sangue, spuntò l’omonimo fiore.

Beh, dopo questa incursione nel territorio della mitologia e della letteratura, non vi resta che fare un’escursione, non sui libri, ma sui Monti Sibillini per poter ammirare con i vostri occhi i narcisi, gli asfodeli e tutte le altre bellezze che la fioritura ci propone.

 

Foto in galleria di:
Isabella Tomassucci
Luca Tambella e Amici di Monte Sassotetto

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